lunedì 24 novembre 2025

Il caso Monica Calò

Le azioni erano mostruose, ma chi le commetteva era pressoché normale, né demoniaco né mostruoso.”

- Hannah Arendt






Oggi ho visto un episodio di @elisademarco sul “Cacciatore di anoressiche”, o come viene definito su Google: “Marco Mariolini, scrittore”.

Il 14 luglio 1998, sulle sponde del Lago Maggiore a Intra (Verbania), Monica Calò venne accoltellata 22 volte dall’ex compagno Marco Mariolini, conosciuto per la sua ossessione verso donne estremamente magre. Un uomo con tratti narcisistici e un disturbo istrionico di personalità, che aveva sviluppato un kink per i corpi gravemente sottopeso fino a trasformarlo in un’ossessione, una lente distorta attraverso cui guardare e consumare le altre.

Non è tanto questo aspetto che voglio analizzare, perché il tema è vasto, complesso e quasi impossibile da condensare in poche righe.

Quello che mi interessa, invece, è la struttura che gli ha permesso di continuare.

Mariolini aveva già logorato una donna fino a condurla a un calo di peso estremo, svuotandola mentalmente e fisicamente attraverso manipolazione, controllo e love bombing. La seconda, Monica, dopo anni di relazione tossica, aveva trovato il coraggio di lasciarlo. Ed è stato proprio quando lui ha perso il controllo che la violenza ha mostrato il suo volto più puro.

Eppure Mariolini si era autodenunciato più volte. Aveva scritto persino un’autobiografia, Il cacciatore di anoressiche, in cui raccontava con lucidità il proprio disagio e, di fatto, chiedeva aiuto. Lo aveva fatto apertamente, senza filtri. E nonostante questo, nessuno è intervenuto. Né le forze dell’ordine, né la sanità. Tutti sapevano, nessuno ha agito.

Così, il 14 luglio 1998, una donna è stata uccisa con 22 coltellate al cuore, davanti a testimoni. E il sistema, di fronte alla domanda più semplice — “Si poteva evitare?” — resta muto.

L’omicidio non ha un solo responsabile. C’è lui, certo. Ma ci sono anche le istituzioni che hanno ignorato i segnali, le confessioni, le richieste d’aiuto. Le falle non sono state soltanto individuali: sono state collettive.

Il male reale, spesso, non si presenta con maschere o clamori. Avanza silenzioso, si annida nelle omissioni, cresce nell’indifferenza di chi, potendo agire, sceglie di non farlo. E, mentre tutto tace, i mostri — quelli veri — trovano spazio per diventare ciò che temevamo già fossero.

domenica 28 luglio 2024

Salvate Maya (Take Care of Maya) - Il caso Kowalski.


'' -''Mamma ci sono i mostri!''

''Niente mostri... tranquilla, c'è la mamma qui.''

 ''No!”


{Piccola conversazione avvenuta tra Maya e sua madre.}



L'intuito di una madre è infallibile! Una mamma ha sempre ragione, anche quando le dicono che così non è. il caso di Maya è uno di questi.

In tutta questa storia le istituzioni sono state ingiuste, hanno segnato per sempre una famiglia per il loro tornaconto personale. Perché arrivati ad un certo punto, sarebbe stato troppo infangante, ammettere gli orrori commessi.

Alla fine, è tutta una questione di ''etichette''.

Un genitore, vuole sempre proteggere suo figlio, eppure alcune volte, a quest’ultimo viene strappata la possibilità di poter tenere suo figlio al sicuro. Purtroppo il caso Kowalski è uno di questi. Erano una famiglia come tante altre; composta da due genitori, due figli e una casa in cui trascorrere le giornate in totale spensieratezza. Un giorno però si svegliarono e si trovarono ad essere protagonisti di un incubo senza fine, un Escape-room degna di un film dell'orrore. Dove non conta l'amore, il rispetto e l'istinto di protezione. Urli ma nessuno ti crede! dandoti magari persino del pazzo, alla ricerca di attenzioni e nulla più.

Facciamo un po' di chiarezza raccontando alcune vicende avvenute:


Venice, Florida, California 25/10/2021 ore 9:12 (prima deposizione del padre di Maya.)


Difensore: ‘’Signor Jack, ho delle domande da porle su sua moglie e sulla vostra relazione.''


Jack: ''Mi sono innamorato di Beata sin da subito, era speciale, lo si leggeva dagli occhi, era sincera, era una persona pura, determinata, testarda ed intraprendente, non accettava i no.

Si iscrisse all'università, laureandosi a pieni voti, diventando successivamente infermiera presso il laboratorio di Cateterismo cardiaco della Layola. Beata non desiderava altro se non di diventare madre. Iniziò a progettare sin da subito la cameretta e a comprare vestini. Capii sin da subito che sarebbe diventata un'ottima madre, anche se incontrammo alcune difficoltà all'inizio. Alla fine Maya nacque con la determinazione di mia moglie. Lei si assicurava sempre che Maya avesse il meglio del meglio. Dalle lezioni di piano, scuola polacca. Inoltre si appuntava sempre qualsiasi cosa riguardasse la bambina, era molto attenta e scrupolosa. Quasi sentisse che tutto questo un giorno sarebbe servito. Due anni dopo nacque Kyle, senza nemmeno provarci, un colpo di fortuna!''


All'inizio della primavera del 2015 tutto era fantastico, ad un certo punto però purtroppo Maya si ammalò e tutto andò lentamente a rotoli.

Iniziarono le prime visite, con i primi dottori che purtroppo non sapevano designare la corretta diagnosi di Maya, sua figlia. Non solo non sapevano darle una risposta, ma pensavano addirittura che si trattasse di attacchi d'ansia generalizzata, anche se sua figlia continuava a ripeterle che così non era, e lei credeva a ciò che diceva sua figlia, ecco perché infatti tornata a casa Beata essendo così scrupolosa, non si arrese e si mise a fare delle ricerche su internet andando sempre più a fondo fino a trovare il dottore giusto per lei, ossia il dottor Kirkpatrik.

Devo ammettere, che per loro incontrare quest’ultimo fu una vera e propria fortuna! Una vera manna dal cielo! In quanto, finalmente, ottennero la giusta diagnosi. Maya ha una malattia rara chiamata: CRPS (Sindrome dolorosa regionale complessa), per spiegarvi meglio di che cosa si tratta, vi faccio un esempio; ipotizziamo, che accidentalmente vi facciate male (un piccolo taglietto con un foglio di carta), sai bene che nel giro di una/due settimane il dolore diminuirà, così come tutto il resto (rossore, gonfiore, ecc.) Nei pazienti affetti da questa sindrome invece, questi sintomi si andranno ad intensificare nel tempo. Gli studi hanno evidenziato che quest'ultima si presenta in età compresa tra 9/11 anni ed è predominante nelle bambine.

I pazienti la descrivono come un bruciore, pelle sensibile anche ad un minimo tocco.

Un solo farmaco può cercare di ''attenuare'' il dolore, ossia la Ketamina (un farmaco analgesico-dissociativo).

All'inizio, con Maya provarono con una dose molto bassa di essa, senza ottenere alcun risultato. Successivamente, il luminare propose ai suoi genitori di aumentare la dose fino ad indurre un coma farmacologico, che durò sei giorni. Indicò ciò, perché nelle persone affette da questo tipo di sindrome si era riscontrato che un alto dosaggio avrebbe migliorato la qualità di vita del paziente.

Beata rimase sempre accanto alla figlia; filmando e documentando il tutto sul suo taccuino.

Al risveglio di Maya, Jack (suo padre) ebbe la certezza che stesse bene, in quanto, disse subito di avere fame, il che era un buon segno. La Ketamina infatti, l'aveva aiutata, il suo dolore diminuì.

Purtroppo però, ad un certo punto la sua famiglia non poté più permettersi di pagare le cure, così venne loro consigliato un collega, che accettava l'assicurazione sanitaria ''Ashraf'' il quale le prescrisse la Ketamina a basse dosi.

La tranquillità famigliare, non durò che un anno. In quanto disgraziatamente dopo un anno, proprio durante la notte dell'uragano Matthew del 7/10/2016 la ragazzina ebbe una ricaduta, così grave che suo padre dovette portarla di corsa all’ospedale ‘’John Hopkins Children Hospital’’.

L’infermiera di turno non aveva idea di che cosa fosse la CRPS, così come tutto il resto dell’equipe. Fu allora, che Jack chiamò sua moglie (infermiera specializzata) per spiegare ai medici la situazione (ancora una volta.) i quali, accusarono Beata di avere la sindrome di Munchausen per procura, solo perché continuava a ripetere quale terapia dovessero somministrare alla bambina (prescritta ovviamente dai due specialisti del ramo.)

Gli infermieri di turno però continuavano a ripetere che quella dose di Ketamina avrebbe condotto Maya alla morte, rifiutandosi così di somministrare le giuste dosi.

Con il passare dei giorni Maya continuava a peggiorare, sempre di più: era stanca, distrutta, devastata da quel dolore lancinante che continuava ad aumentare sempre di più.

I suoi genitori vedendola così sofferente, decisero di voler lasciare l’ospedale volontariamente, per far ricevere alla figlia le cure di cui necessitava, ma questa decisione, venne loro negata da un infermiere che allertò subito gli assistenti sociali per sospetto abuso su un minore.

DA QUI INIZIO’ IL VERO E PROPRIO INCUBO DELLA FAMIGLIA Kowalski.                                                                                                             


Un paio di giorni dopo, Jack andò a trovare la bambina e mentre stavano conversando, una donna dai capelli scuri, entrò nella stanza, senza nemmeno presentarsi (si comportava come se fosse un medico dell’ospedale, ed iniziò a fargli l’interrogatorio, riguardo la malattia, la cura e i dosaggi. Jack, ovviamente, rispose a tutte le domande, senza pensarci due volte. Affermando, che i dosaggi di Ketamina erano stati prescritti dai medici.  

A quel punto,  ‘’l’infermiera’’ se ne andò e poco dopo rientrò in stanza, intimando Jack di dover immediatamente uscire, in quanto sua figlia era sotto procura statale!

Calunniarono sua moglie per la somministrazione massiccia del farmaco, per questo motivo persero la potestà genitoriale.

All’inizio, erano tutti convinti che sua figlia stesse fingendo e che fosse tutta una condizione psicologica. Per questo i genitori decisero di contattare un avvocato, esperto in maltrattamenti minorili e sulla custodia cautelare. 

I Kowalski.  decisero di assumere la signora Debra M. Salisburi nell’ottobre 2016.

Beata espose per filo e per segno tutto il contesto, dimostrandosi una madre premurosa e amorevole, e di non voler nient’altro se non il suo bene. Il legale le riferì, che in realtà questi casi sono molto comuni di quanto si pensi.

I servizi sociali sono privatizzati in Florida. Quando la famosa ‘’infermiera’’ Sally Smith segnalò il caso di Maya, lavorava per il Suncoast Center. Quest’ultima era un’agenzia, che si occupava di accuse su abusi minorili (che era legata con l’ospedale in cui era momentaneamente ricoverata Maya.) 

La consulente, definì questo tipo di agenzia ‘’un’industria dei servizi sociali per l’infanzia.’’ 

Qualsiasi genitore avesse portato suo figlio a pronto soccorso con una malattia grave da numerosi medici, solo per capirne/averne una diagnosi, sarebbe stato condannato per abuso su un minore.


Nell’inchiesta chiesero al signor Ashraf se quei livelli di dosaggio di Ketamina avessero potuto provocare effetti collaterali, come ad esempio; dolori allo stomaco. quest’ultimo rispose di sì, che avrebbero potuto, ma aggiunse anche che i pazienti affetti da CRPS possono arrivare a prendere anche 15000 mg di Ketamina al giorno e che gli effetti collaterali possono cambiare da paziente a paziente. Aggiunse anche che oltre agli effetti collaterali, e previsto modificare anche il tipo di dosaggio da dover somministrare.

Infatti, la dose funzionale per Maya era di Mille milligrammi ogni quattro ore.


Nel lontano 14 ottobre 2016, Ci fu la sentenza, nella quale, il giudice decise (ingiustamente!) dopo aver letto tutte le copie riportate agli atti di avviare un ordine restrittivo tra Beata e Maya.

La piccola, venne affidata ai servizi sociali dello stato, e all’ospedale ripianificando così, l’intero piano terapeutico. Sostenendo che sua mamma stesse attentando alla sua vita. 

Per di più il giudice ordinò, un’obbligatoria di una perizia psichiatrica per accertare la veridicità delle accuse-alla quale, lei si sottopose di buon grado.

La valutazione dimostrò che essa non soffriva di quella sindrome, ma piuttosto, di un disturbo di regolazione con tendenze depressive dovuto all’allontanamento forzato da sua figlia.


Vi ho trascritto le intercettazioni tra l’avvocato e Beata per far più chiarezza al caso:


Avvocato: Beata devi capire questo, riguardo questi casi non sono giusti! A loro non interessano le prove, ho seguito sessanta casi simili in difesa dei genitori e collaborare è l’unico modo per riaverla.


Beata: Ok, mi dicevano ogni giorno che non avevano idea di come curare questa malattia, io voglio solo che mia figlia stia meglio e che venga curata.


Avvocato: Sono certa che tutto quello che tu mi stia dicendo, sia vero! Ma ora che il procedimento è stato avviato —tutto questo purtroppo — non ha più importanza. Ai giudici, non interessa se l’ospedale ha sbagliato, a loro importa solo sapere se metterete in pericolo vostra figlia. Il modo migliore per vincere è dimostrare al giudice che avete cambiato idea.


Dopo quattro giorni di custodia statale, permisero a jack di farle visita, seppur rispettando un Iter molto rigido: non poteva chiederle come stesse, che tipo di terapia stesse facendo, non poteva dirle quando sarebbe tornata a casa e non poteva parlarle di sua madre, qualora Maya ne avesse fatto domanda. Inoltre, le visite erano di breve durata.

Per suo padre, era dura vederla così; piccola, indifesa e dolorante! Non poteva vederla peggiorare così, giorno dopo giorno. Infatti in un foglio Jack scrisse testuali parole: ‘’Maya mi ha detto che sta male, sta peggiorando, i suoi piedi sono più torti, ha più lesioni e sta diventando sempre più debole. Vederla così, in quelle condizioni è la cosa che mi frustra più di tutte.’’

La piccola e povera Maya a quel tempo era ancora una bambina piccola ed indifesa, e la cosa peggiore di tutte era che purtroppo veniva ignorata dai medici che entravano ed uscivano dalla sua stanza, nonostante, manifestasse imperterrita il suo malessere.

Il suo medico in una deposizione affermò che se le persone affette da questa patologia se non assumessero la giusta dose di Ketamina sarebbero morti di una morte lenta e precoce.


*Intercettazione Telefonica* tra Cathi Bedy (ass. sociale ospedale) e Beata - Cathi passò il telefono a Maya per farla parlare con sua madre -non prima di far ripetere a Beata tutte le concessioni e non “Così da non dire nulla di sbagliato.” Lei, dal canto suo, le rispose come doveva.


‘’Ciao Maya! Come stai oggi mio piccolo raggio di sole?’’

‘’Ciao mamma! Mi manchi così tanto!’’

‘’Anche tu tesoro mio, mi manchi tantissimo ma dobbiamo essere pazienti. Come hai dormito questa notte?’’

‘’Mi sono addormentata alle due.’’

‘’Non riuscivi a dormire?’’

‘’No.’’

‘’C’è Cathi seduta accanto a te?’’

‘’Si.’’

***********


Per Jack e per Beata c’era qualcosa di strano riguardo alla signora Cathi…. la cercarono su Google e le ricerche effettuate, riportarono alla luce ben due arresti per abusi su minori. In uno due episodi, il malcapitato, non respirava. Secondo il Tampa Bay Times, la drammatica scena si è svolta al Suncoast Center: quando un ragazzo è entrato in un ufficio e ha ignorato le richieste di Bedy. Ciò ha portato a una rapida escalation in cui Bedy avrebbe spinto con forza il ragazzo a terra e gli avrebbe messo entrambe le ginocchia sul petto, facendolo lottare per respirare. Nonostante il suo evidente disagio, Bedy ha ignorato le sue richieste di aiuto.


Che cosa assurda! Beata era stata allontanata solo perché voleva il bene di sua figlia; ed invece, nonostante ciò, Cathi aveva ancora la possibilità di starle accanto.


*Deposizione di Maya* 


Maya riferì, gli abusi di Cathi nei suoi confronti, disse  che non faceva altro che ripeterle che presto, sarebbe finita in un istituto psichiatrico e che sarebbe stata adottata.

Inoltre, le scattò delle foto sensibili, senza chiedere il consenso dei suoi genitori.

Non pensava ad altro se non di tornare a casa da sua mamma, dai suoi genitori.


Sono passati quarantasette giorni sotto la custodia statale (29 novembre 2016)


Conversazione telefonica tra Maya e sua madre


Mamma: ‘’Ciao Tesoro! Come stai.’’

Maya: ‘’Non mi sento molto bene, è molto dura per me, piango molto.’’

Mamma: “Il Tramadol non ti fa effetto?’’

Maya: ‘‘Per niente.’’

Mamma: ‘’Cos’altro ti danno per il dolore.’’

Maya: ‘’ Niente.’’

‘’Mamma: Mi dispiace tesoro, vorrei massaggiarti la schiena e abbracciarti.’’

Maya: ‘’Anch’io.’’

Mamma: ‘’Hai ricevuto la lettera che ti ho scritto?’’

Maya: ‘’No.’’

Cathi: ‘’Non ci sono lettere.’’

Mamma: ‘’L’ho mandata a Charlotte, glielo chieda.’’

Cathi: ‘’Ok.’’

Mamma: ‘’Sei riuscita a parlare con il tuo avvocato?’’

Maya: ‘’Si, oggi.’’

Mamma: ‘’Bene! Sono contenta, voglio essere certa che tu possa parlare con lui.’’

Maya: ‘’Al telefono non posso, perché non posso telefonare al di fuori dell’ospedale.’’

Mamma: ‘’In che senso non puoi? Non sei in prigione o in un campo di concentramento.’’

Maya: ‘’Com’è andato il ringraziamento?’’

‘’Mamma: Non bene.’’

‘’Maya: Anche per me, è stato uno dei peggiori. Non capisco perché sia successo, non hai fatto nulla di sbagliato ed ora stiamo tutti male.’’

Mamma: ‘’Lo so amore, mi dispiace, sii forte ok? Prego per te ogni giorno.’’

Maya: ‘’Anch’io.’’

Mamma: ‘’Sii forte.’’

Maya: ‘’Ci sto provando.’’ (stava piangendo). Successivamente Cathi chiese di interrompere la chiamata proferendo di aver altro da fare. 

Maya: ‘’Ciao mamma, ti voglio bene.’’

Mamma: ‘’Anch’io… ciao Maya!’’


Ho trascritto questa conversazione, perché purtroppo, fu proprio l’ultima. In quanto Cathi accusò sua madre di essere stata inopportuna durante la telefonata. Questa nuova accusa la distrusse, tanto così che in una delle sue lettere scrisse che era stanca.

Dopo la denuncia ci fu un colloquio con la polizia, dove Jack non sapeva di essere registrato e pur di ricevere sua figlia disse anche ciò che non voleva dire.

 

Sessantatre giorni sotto custodia cautelare (15 dicembre 2016)


Maya scrisse una lettera al giudice:

‘‘Caro giudice,

sono Maya volevo ringraziarla per il tempo speso su questo caso. So che sa che voglio tornare a casa.

Negli ultimi giorni sono stata malissimo, peggioro sempre di più. Questo natale, vorrei soltanto tornare a casa e stare assieme alla mia famiglia. Piango ogni giorno e mi sento triste, non mi hanno permesso di salutare la mamma. Prego ogni giorno di poter tornare a casa.’’


Durante le udienze la corte si schierava, costantemente con l’ospedale e con tutto il personale, nonostante ci fossero prove certe a sostegno della famiglia. Quando l’avvocato chiese la possibilità di riavere un contatto, un solo abbraccio tra Maya e sua madre in presenza del giudice stesso, fu loro duramente negata.

Uscita da quell’aula di tribunale Beata era devastata. 


8 Gennaio 2017 (87 giorni sotto custodia cautelare)

icompleanno, sua moglie disse che sarebbe rimasta a casa a riposare, a causa di una forte emicrania.

Al loro rientro, ebbero l’accortezza di non disturbarla. Più tardi però, il fratello di sua moglie bussò alla porta, chiedendo in maniera preoccupata di sua sorella, iniziando a cercarla ovunque, perché aveva una brutta sensazione, aveva il presentimento che le fosse accaduto qualcosa di orribile. Difatti la ritrovò nel garage appesa ad una corda. Senza vita. 

tutti i diritti della presente e-mail @elisatruecrime e NETFLIX.


due giorni dopo la morte  di Beata, lo specialista incaricato dall’accusa, il dottor Chopra, confermò la  diagnosi di sindrome dolorosa regionale com
plessa.

Per la terza volta, aggiungerei!! e mandò il suo verbale alla corte.

nei giorni successivi, Maya fu dimessa e riaffidata al padre.

Dopo 92 giorni sotto custodia il 13 gennaio 2017, finalmente Maya tornò a casa.

Quattro anni dopo la sua famiglia stava ancora combattendo per avere una giusta giustizia.

Una giornalista di nome Dafne Chen, iniziò ad indagare su questo caso (rimase sconvolta della notizia del suicidio di Beata.)

Iniziò investigando sulla famiglia, sulla dottoressa Smith e anche sui dottori specialisti.

Nel 2019 pubblicò il pezzo sui Kowalski, in realtà la tela era molto più grande, in quanto vi erano più casi.

La cosa più comune tra loro purtroppo era la dottoressa Smith e l’ospedale in cui era stata ricoverata Maya.

Le famiglie andavano solo per ricevere aiuto e invece tutto ciò che ricevevano era solo puro dolore, in quanto o i figli  venivano strappati via o e i genitori, finivano in carcere.

Per moltissimi anni la famiglia Kowalski tentò di avere la giusta giustizia, ma purtroppo riuscirono solo ad ottenere porte chiuse in faccia!.

Il loro di tentativo di ottenere la giusta giustizia, fu appunto, lungo e devastante, in quanto dovettero subire molti rinvii.

Nel 9 novembre del 2023 però per fortuna riuscirono a raggiungere ciò che volevano, grazie al loro avvocato Jennifer Anderson. Ora, la famiglia ha finalmente avuto ciò che le spettava fin dall’inizio; un processo equo e superpartes! Una giuria della Florida si è pronunciata a suo favore.


martedì 20 febbraio 2024

Il delitto Cogne, Annamaria Franzoni


 


Ci sono casi in cui il colpevole è il primo della lista. 


Il delitto Cogne, è il primo caso True Crime di cui ho memoria. Quando è stato commesso da Annamaria Franzoni ero una bebè. Ma se ne parlò per molti anni a venire. Per lo sgomento, l’incredulità e l’orrore che ha sempre provocato nella mente dell’opinione pubblica che non può concepire uno scenario del genere.


Come può una madre uccidere il proprio figlio?


 Quello dei genitori che uccidono i propri figli è un tabù, che difficilmente potrà essere sfatato, a maggior ragione se si tratta di una madre che uccide i figli. Questo perché, ciò, non è solo inaccettabile, ma addirittura impensabile. 


Medea nella mitologia greca era esperta in arti magiche ed era figlia di Eete, re della Colchide, custode del Vello d'oro. Quando arrivarono gli Argonauti, presa dall'amore per Giasone lo aiutò a conquistare il vello d'oro, uccidendo il proprio fratello; dopo il tradimento alla patria e la perfidia verso la sua famiglia, fuggì con Giasone e visse con lui pacificamente, finché il re greco Creonte propose di dare la propria figlia in sposa a Giasone, il quale accettò.

A questo punto Medea, oltre a Creonte e sua figlia, uccise anche tutti i propri figli avuti con l'eroe greco per vendicarsi del suo tradimento; da qui l'immagine di Medea associata al figlicidio per vendetta contro il coniuge.

La psicoanalisi interpreta questo gesto come il voler "amputare" Giasone e la loro relazione d'amore creando una spaccatura insanabile, poiché i figli erano in parte di lui e il voler imporre da parte di Medea il totale possesso su di loro: "io li ho partoriti, io ho il diritto di ucciderli."


 Il nostro intelletto non è in grado di elaborare una simile atrocità, per questo Il delitto di Cogne, ha avuto una tale risonanza mediatica. Per questo, e per il lampo di genio della difesa, che ha capito che doveva tramutare la Franzoni nella protagonista di questo “show”.



Ma torniamo a quella maledetta mattina, apparentemente tranquilla di un piccolo paesino della Valle d'Aosta, frazione di Cogne, una valle cullata delle Alpi in cui, -a detta di tutti -“non succede mai niente, ad eccezione della fiera di Sant’Orso. Un evento che rievoca la bellezza dell’artigianato” o così, credevano, almeno fino a quel giorno.   


    • il 30 gennaio 2002, ore 7:30-7:40 Stefano Lorenzi. Il marito della fautrice e padre della vittima, esce di casa per recarsi a lavoro (Da qui, partiranno le indagini, poiché secondo il Giudice per le Indagini Preliminari, è proprio questa  la finestra temporale in cui si è consumata l'aggressione ai danni del piccolo Samuale!). Il quale aveva soltanto tre anni. 

      

    • 8:00-8:15 circa Davide, il primogenito sta aspettando sua che madre, lo accompagni alla fermata dell’autobus per andare a scuola, come ogni giorno. 

    • 8:16   Annamaria Franzoni lo accompagna. Lasciando Samuele nel lettone con la TV accesa. ‘’Perché quella mattina, non voleva rimanere a casa da solo’’. Quindi, appena chiusa la porta di casa, l’imputata dichiarò, che in questo lasso di tempo, qualcuno sarebbe entrato a casa sua e lo avrebbe poi aggredito.

    • 8:24  Fa rientro nella sua abitazione e trova il figlio in stato agonizzante.

    • 8:27 Si affaccia dalla finestra e chiama, a voce la vicina Daniela Ferod. In un secondo momento, chiamerà anche la sua psichiatra Ada Satragni (in realtà,un medico di base),alla quale dichiarerà che al bambino è scoppiata la testa, un’affermazione che trovo a dir poco scioccante!- In seguito, in un nuovo verbale giustificherà l’affermazione sostenendo : ‘’Mi ha chiamata talmente forte e tante volte che gli sarà scoppiata la testa!’’. Avvisando, poi per -ultimo suo marito- Stefano, sentenziandone il decesso, ancora effettivamente in vita; seppure le ferite alla testa non lasciano speranza al piccolo. Un minuto dopo telefona al 118 per richiedere soccorso.

        Il centralino del 118 riceve la chiamata da Annamaria Franzoni,  da qui poi, partiranno le indagini.


Franzoni:  «Ascolti mio figlio ha vomitato sangue e non respira, abito a Cogne»


Centralino: «Un attimo che le passo subito ...»


Franzoni: «Fate presto, la prego»


Operatrice: «Pronto»


Franzoni: «Mio figlio ha vomitato sangue, venga subito»


Operatrice: «Allora, no, con calma (Annamaria urla e la sua voce si sovrappone) devo avere l’ indirizzo, abbia pazienza»


Franzoni: «Abito a Cogne»


Operatrice: «Il numero di telefono (...). Ecco, Cogne dove?»


Franzoni: «Frazione Montroz»


Operatrice: «Con calma ... Monrò?»


Franzoni: «Cosa devo fare?»


Operatrice: «Numero civico?»


Franzoni: «Ooh ... eeh ... la prego, sta male!»


Operatrice: «Signora, con calma perchè non risolviamo niente. Allora, Monrò?»


Franzoni: «Numero 4 A. È già venuta stanotte perché stavo male io. Vi prego, aiutatemi, non respira ... (respiro affannoso, urla incomprensibili)»


Operatrice: «Subito ... Signora, abbia pazienza, è Montroz o Monrò?»


Franzoni: «Montroz»


Operatrice: «Ecco. Numero?»


Franzoni: «Oh, mamma mia. 4 A»


Operatrice: «4 A. Signora, allora suo figlio quanti anni ha e come si chiama?»


Franzoni: «Tre anni, Samuele»


Operatrice: «Di cognome?»


Franzoni: «Lorenzi (interferenza telefonica). La prego, sta malissimo».


Operatrice: «Signora, intanto se vomita non lo tenga ...»


Franzoni: «È tutto insanguinato, ha vomitato tutto il sangue. Non respira ...»


Operatrice: «Arriviamo subito, signora»


Franzoni: «Grazie»


Operatrice: «Mi lasci solo il telefono libero perché se no...»


Franzoni: «Sì, sì, sì, arrivederci».




Un vicino insospettito dall’accaduto chiama immediatamente i carabinieri poiché, sospetta che sia un tentato omicidio da parte della madre commesso nei confronti del figlio. Quando, i suddetti fanno capolinea nella stanza da letto, si accorgono subito che ciò che hanno davanti ai loro occhi, non sia stato un fatto accidentale, ma che sia una vera e propria scena del crimine. In quanto nella stanza da letto c’erano schizzi di sangue ovunque : ‘’ Pareti, soffitto, lenzuola etc.’’, dove era presente anche, una gora molto più estesa. Una situazione che è in netto contrasto con l’ordine, e con la posizione del bambino, che nonostante tutto, giace supino come fosse addormentato.

Sua mamma infatti,racconterà di averlo trovato sotto le sue coperte e che le sembrava volesse giocare a nascondino. Questo scenario è un gesto tipico, di chi con la vittima ha una relazione stretta, e si chiama Undoing, che serve a ridurre l’impatto psicologico del cervello umano.

Sin da subito ,è chiaro come il sole che il tutto sia stato commesso da un conoscente, in quanto, l’omicida, si muoveva in casa con autorevolezza e con tranquillità.

All’arrivo della dottoressa Satragni il frugolo è ancora vivo,vigile, apre e chiude gli occhi, respira, anche se a fatica. A primo impatto, le sembrava che l’esplosione della scatola cranica, fosse dovuta alla rottura importante di un’arteria, la quale avrebbe poi causato un'emorragia interna, ossia un’ aneurisma. 

-Sento di dover dire la mia, dopo aver ascoltato più volte l’accaduto. Un aneurisma non causa la fuoriuscita di materia cerebrale, tanto che la soccorritrice riferirà la presenza di materia cerebrale, importante sparsa ovunque. L’indagata rivelerà agli inquirenti, di aver pensato: ‘’Ma se io ho un pezzo del cervello sul mio pollice di mio figlio, come farà lui a vivere se un pezzo di lui ce l’ho io?’’. Questa sua affermazione mi ha lasciata interdetta!, in quanto è davvero allucinante che abbia avuto un tale processo mentale, in quel frangente. 

Dalle intercettazioni ambientali, risuonerà la richiesta di voler avere subito un altro figlio (immaginatevi come se foste a casa con il vostro compagno, in una conversazione del tipo: ‘’Ok, mi si è guastato il frigorifero! Ti prego, andiamo a comprarne un altro?’’  continuo a non avere parole.


●Il due marzo 2002 viene iscritta nel registro degli indagati con l’accusa di omicidio volontario aggravato dal vincolo di parentela.

Nella notte del 13/14 marzo del 2002 viene finalmente arrestata.

Per quanto riguarda l’alibi sostenuto dalla Franzoni (A parer mio, non regge,data la copertura totale di otto minuti, ossia il tragitto che ha percorso da casa-fermata autobus di Davide che corrisponde come orario 8:16-8:24). La sua testimonianza però, non è ammissibile in quanto l’inevitabile è avvenuto tra le 8:00-8:29.

La pista del familiare si fa sempre più chiara, giacché le tracce di sangue ritrovate sul pigiama risultavano essere indossate proprio al momento dell’atto. Gli zoccoli, invece erano stati trovati nel disimpegno del bagno, ovvero lontano dalla stanza di Samuele, eppure sia nelle suole,sia nella tomaia erano presenti tracce di sangue. La donna, si giustificherà, dicendo di averli indossati una volta rientrata in casa, ma in realtà i vicini, hanno dichiarato che aveva indosso degli stivaletti neri (Per il GIP Gandini la donna aveva indosso proprio quegli zoccoli durante il delitto.)


●Il 28 MARZO Gandini ordina una perizia psichiatrica alla donna, accetta di buon grado,dove viene dichiarata pienamente capace di intendere e di volere.

Due giorni più tardi i giudici, della seconda sessione del tribunale del riesame di Torino, annullano l’ordinanza di custodia cautelare e ne ordinano l’immediata scarcerazione.

Torna nella sua dimora familiare, e tutte le certezze date dal GIF Gandini cadono come le tessere del domino, a partire dall’elemento principale (pigiama e zoccoli.)

Inizierà il vero e proprio braccio di ferro tra la corte di cassazione e il riesame di Torino.

A giugno la cassazione rettifica il riesame; a Ottobre un nuovo tribunale chiede una nuova custodia cautelare e a gennaio 2003 la cassazione rimanda ancora gli atti al tribunale del riesame.


●Il 10 febbraio 2003 Gandini annulla l’ordinanza di custodia cautelare.

●Nel 26 gennaio 2003 a meno di un anno dalla tragedia nasce Gioele, inoltre dopo alcuni mesi c’è il cambio della ‘’guardia’’, perché il suo difensore non sarà più Grosso ma niente popò di meno che Carlo Taormina.

 Detto ciò, è stata condannata nel 2007 per omicidio aggravato dal vincolo di parentela con un ergastolo pari a trent’anni e ‘’nessuna attenuante’’ , divertente! ci stavo quasi credendo alla giusta condanna. Sta di fatto, che poi le attenuanti le ha ricevute, a partire dalla buona condotta. Perché a mio parere, se qualcuno è un detenuto ‘’modello’’ viene premiato, della serie ‘’ Tranquillo, non importa se hai ucciso qualcuno! ti stai comportando bene lavando i piatti e cucinando alla perfezione, fai volontariato, studi, perciò ti scontiamo la pena, senza tralasciare l’indulto’’. Quest’ultimo giuridicamente lo troviamo descritto con le seguenti parole: ‘’L'amnistia costituisce una causa di estinzione del reato, mentre l'indulto è una causa di estinzione della pena: pertanto, con l'amnistia lo Stato rinuncia all'applicazione della pena, mentre con l'indulto si limita a condonare, in tutto o in parte, la pena inflitta, senza però cancellare il reato’’. Praticamente sei graziato. La Corte Suprema di Cassazione condannò nel 2008 Annamaria Franzoni a 16 anni di reclusione (ridotti a 13 per indulto, poi a 10 per buona condotta), per i quali ha scontato 6 anni di carcere e meno di 5 in detenzione domiciliare.


● 3 luglio : Viene richiesto il rinvio da parte dell’avvocato Carlo Taormina, che riesce ad ottenerlo con rito abbreviato. Scelta che poi si rivelerà strategica.

● 16 settembre il GUP d’Aosta e Eugenio Gramula, accoglie la richiesta della difesa e richiede, una nuova scintillante super perizia, riguardante diversi setti tecnici della vicenda, in particolare sulle abbondantissime tracce di sangue, ritrovate sul pigiama.

Il professor tedesco Herman Schmitter viene incaricato ad eseguire la bluster pattern analisis (analisi approfondita delle tracce ematiche).

Il suo compito era quello di capire in che posizione fosse l’assassino e se indossasse il pigiama/zoccoli. Mentre il professor Pascali, indagò sulle tracce di DNA (tracce che si trovavano sotto la suola degli zoccoli e su un presunto cappello che è stato trovato sulla scena del crimine.)

Un terzo perito l’ingegnere Brocardo Piero, dovrà esaminare un frammento osseo trovato sulla sua manica del pigiama, confrontandolo con una macchia sul lenzuolo al fine di stabilire se l’assassino abbia indossato o meno il pigiama durante l’accaduto.

I risultati dell’accusa arrivano ad aprile del 2004.

Per Schmitter l’aggressore ha certamente indossato i pantaloni del pigiama, ed era inginocchiato/a davanti a lui. Al contrario invece gli zoccoli e la maglia non sono necessariamente riconducibili al fatto.

Conseguentemente ai nuovi rilievi fatti a nome dell’accusa (Schmitter e Gramula) secondo loro i RIS della difesa hanno inquinato le prove.

L’imputata, viene condannata con 10 indizi, il più importante a mio avviso è il fatto che abbia minimizzato le condizioni effettive del bambino al fine di ritardare e ottenere i giusti soccorsi.

Inoltre sono state escluse tra le colpe gli abitanti del paese in quanto nessuno provava rancore/gelosia nei confronti della famiglia.

Durante il periodo di incarcerazione non ha mostrato alcun tipo di pentimento. Un altro fatto scioccante è stato che nello stesso giorno in cui è successo il tutto, la signora Annamaria Fr. Chiese a suo marito di fare un altro figlio; inoltre non seguì suo figlio mentre lo stavano portando all’ospedale nonostante respirasse ancora a malapena.

● Il 30 LUGLIO l’avv. Taormina, consegna la denuncia, scrivendo che ci sono altre prove con il nome del presunto assassino.

I consulenti della signora Franzoni trovano altre tracce di sangue nel garage e altre impronte mai repertate prima, inizia così il così detto COGNE BIS, un procedimento processuale che si ritorcerà contro lei.

A novembre viene fatto il nome del presunto assassino ‘’ Ulisse Di Sciardà’’, un guardia parco di Cogne e cognato della sua vicina.

La difesa di Annamaria ipotizza una nuova arma del delitto ossia un mazzone di chiavi.

Secondo Kinshardà, le indagini si rivelano ambigue, e portano a scrivere nel loro registro Annamaria Franzoni, Stefano Tarquato e il loro avv. Taormina e i loro consulenti. Per loro l’accusa è di calugna e frode processuale.

● Il 16 novembre 2005 c’è il processo d’appello per l’omicidio di Samuele, a sorpresa il procuratore generale Vittorio Corsi, chiede una perizia psichiatrica per Annamaria, per avere un quadro completo della sua personalità.

Nella prima perizia viene dichiarata capace di intendere e di volere.

La signora Annamaria Franzoni, temeva che la testa di suo figlio fosse troppo grande tanto da misurargli la febbre ossessivamente, in secondo luogo che fosse esplosa la testa a furia di chiamarla.

Nella richiesta del 2005 si rifiuta di effettuare la perizia, in quanto riteneva di aver già risposto in precedenza, a tutte le domande.

In questo caso la perizia si è svolta lo stesso, basandosi su ciò che è stato dichiarato, sia durante la perizia precedente, le intercettazioni nei verbali di interrogatorio, e nelle cartelle cliniche durante il quale la donna era stata in carcere nel marzo 2002, e anche sulle numerose interviste effettuate.

Nel frattempo l’inchiesta del COGNE BIS va avanti.

Vi ricordate dell’impronta digitale che era stata trovata sulla porta del garage? Venne rilasciata da un fotografo, che lavorava per la difesa stessa. Lui sosteneva di non essersi accorto di aver inquinato la casa dell’ orrore, ma di aver appoggiato involontariamente la sua mano. 

Un’ accertamento, dimostra il contrario, ovvero nel garage, in aggiunta alle tracce di sangue rinvenute a terra, non erano in realtà compatibili con lo schizzo del sangue, ma bensì ad un agente chimico chiamato idrossiapatite, e non possono certamente essere state lasciate dall’assassino di Samuele.


A metà giugno 2006 esce un nuovo rapporto psichiatrico, in 270 pagine, quattro professori, spiegano quello che deve esser passato nella sua mente. Nelle conclusioni si parla di stato precuspolare orientata, ovvero che potrebbe essere caduta in uno stato simil-onirico, durata appena una manciata di minuti al suo risveglio la donna, sarebbe stata colta da un’amnesia tanto più profonda del dormi-veglia avvenuto pochi minuti prima.

Si tratta di una situazione molto diffusa, per quanto riguarda i casi di infanticidio e neo-naticidio. La tizia, in quel periodo soffriva di attacchi d’ansia, che poi sarebbe esplosa fino ad arrivare a quello stato crepuscolare.

Anche se a parer mio tutto ciò non è possibile in quanto ha sempre dimostrato di essere lucida, inoltre ha anche nascosto/sepolto, l’arma del delitto, cosa che poi una persona in stato di sonnambulismo non sarebbe in grado di farlo; per non parlare poi l’omissione dei soccorsi e il dichiarare il figlio morto quando ancora respirava a malapena.

La mamma di COGNE, viene dichiarata dai periti come una persona immatura, dipendente, con personalità connotata, con prevalenti di tipo isterico, soffriva di crisi simili ad un attacco di panico, ma non faceva nulla per curarsi, se ha ucciso Samuele, può essere considerato un vizio parziale di mente, ma i giudici non la pensano così.

Nel 2006 Annamaria non è più in quello stato, grazie al suo ritorno a Monteacuto Vallese, circondata dall’affetto dei suoi cari. Per questo non è da ritenersi socialmente pericoloso (Dicono i periti del processo d’appello).

Taormina torna alla carica, con dei rilievi tecnici, con una macchia (Scia di sangue sul piumone) che pensano sia un’impronta di scarpa, anche se però le sue teorie vengono smontate.

‘’La macchia della scarpa, era un riverbero della luna, mentre quella del piumone era la piegatura stessa.’’


●Il 20 novembre 2006 mentre è in corso il processo d’appello Carlo Taormina si dimette ( SSCHIAO BELO!).

Quel giorno in aula, si sarebbe dovuta tenere una sentenza psichiatrica assieme all’elettroencefalogamma (EEG); da questo esame non ne uscì nessuna certezza, ma la presenza di onde teta o uno stato di assopimento e malattie cerebrali, come epilessia e parassonia.


● Il 4 dicembre 2006 si torna in aula, per discutere sulla perizia psichiatrica, oltre agli esperti nominati dal giudice, parla anche il professor Ugo Fornari, che sostiene di vedere negli occhi dell’imputata il vuoto, sono gli occhi di una persona che non ha capito ancora quello che è successo, il suo IO si è arrocato su una posizione difensiva paranoide (Paranoie di finire in carcere, a parer mio).


‘’Io sono buona, e tutti ce l’hanno con me’’, si tratta di una psicosi; la proposta della Franzoni è quella di spostare il processo da Torino-Milano per legittimo sospetto.

Fornari, dice che la mamma è consapevole di quello che è accaduto, grazie ad una personalità disarmonica, ha attuato le difese come la scissione che proteggono da quello che ha commesso.


TORRE lancia una nuova ipotesi per la nuova arma del delitto, ossia calzatura carrarmato.

Il procuratore Corsi definisce la vicenda, come un semplice figlicidio (Purtroppo è comune).

Secondo la ricostruzione la mamma, avrebbe svolto tutto in cinque minuti, mentre l’altro figlio stava giocando fuori all’aperto. L’aggressione vera e propria sarebbe durata 15-20 secondi, durante i quali al bimbo gli sono stati sferrati 17 colpi con un oggetto simile ad un mestolo/pentola.

Viene condannata a trent’anni di reclusione.

● Il 27 Aprile 2007 dopo circa dieci ore di camera di consiglio, la corte preceduta dal giudice Petenati, la condanna a sedici anni di carcere, dimezzando così la pena.


● 21 maggio 2008 conferma la condanna la Signora Annamaria Franzoni va nel carcere delle Vallesi.


● 26 gennaio 2009 il procuratore della Rep. Di Torino chiama per il Cogne Bis (Reato di calugna nei confronti di Ulisse e per frode processuale, questo anche per il fotografo che ha lasciato una sua traccia.)

Viene condannata ad un anno e mezzo di reclusione, ma non verrà mai prescritto quindi automaticamente non dovrà scontare la pena.

Al giorno d’oggi la donna è considerata potenzialmente pericolosa, in quanto rischio di recidiva, secondo la perizia redatta dall’incaricato dal tribunale di sorveglianza di Bologna. Soffrirebbe di un ‘’disturbo di adattamento.’’

Nel giugno del 2014 dopo aver scontato solo sei anni della pena, viene mandata ai domiciliari per scontare la pena residua.


martedì 9 gennaio 2024

Mi presento.

Ciao a tutti, sono Claudia, scrivo perché è l'unico modo in cui riesco ad esprimere ciò che sento. Scrivo sempre perché è l'unica cosa che so fare. Scrivo, leggo e leggo quello che succede. ed è qui che entrano in gioco i gialli. 

Perché è successo? Si poteva evitare questo epilogo? Queste sono le domande che mi pongo ogni volta che ascolto queste notizie.

Il caso Monica Calò

Le azioni erano mostruose, ma chi le commetteva era pressoché normale, né demoniaco né mostruoso.” - Hannah Arendt Oggi ho visto un episodio...